Vincenzo Schettini racconta il momento più delicato della sua esposizione pubblica, tra attacchi social, accuse anonime e polemiche sulle sue parole. Nonostante tutto, il professore e divulgatore ribadisce di sentirsi prima di tutto un insegnante, difende il diritto alla scuola gratuita e indica nell’energia e nell’intelligenza artificiale le grandi sfide educative dei prossimi anni.
Dalla classe al successo pubblico, senza lasciare la scuola
Schettini ripercorre quasi vent’anni di carriera: ha iniziato a insegnare nel 2007, «con il registro cartaceo», e oggi lavora in un contesto in cui si discute di intelligenza artificiale generativa. In questo arco di tempo, dice, «è successo davvero di tutto» e la scuola è cambiata in modo «straordinario». Anche lui si è trasformato e sente il bisogno di esplorare nuove strade, pur restando nell’ambito dell’insegnamento.
Racconta di aver avuto un percorso professionale lineare: ha sempre insegnato Fisica negli istituti tecnici e professionali, senza cambiare ordine di scuola o classe di concorso, a differenza di molti colleghi. Oggi avverte il desiderio di confrontarsi con realtà diverse, anche per la sua formazione da fisico.
A livello europeo, sottolinea, c’è una forte necessità di costruire con i ragazzi un discorso culturale sul tema energia, che a suo avviso dovrebbe stare al centro del dibattito educativo. Non la considera una nuova urgenza, ma una questione che l’Italia avrebbe dovuto affrontare molto prima: solo ora si parla seriamente di nucleare, pur sapendo che una centrale richiede «dieci o quindici anni» e investimenti enormi, mentre sulle rinnovabili non esiste ancora una visione condivisa.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale, aggiunge, ha fatto esplodere la domanda di energia, rendendo la nostra una società «estremamente energivora». Per questo considera l’energia «la sfida più importante» da portare nelle scuole.
Sull’intelligenza artificiale, Schettini propone una distinzione netta: se un bambino di dieci anni la usa per farsi fare ogni compito, parla di «suicidio mentale»; se invece lo strumento è nelle mani di un ingegnere aerospaziale, di un medico o di un programmatore, può diventare un’opportunità «straordinaria». Tutto, insiste, dipende dal livello di utilizzo e dalla consapevolezza.
Il suo percorso da divulgatore parte nel 2017 con i primi video online, dopo qualche prova sporadica su Facebook. Alla fine di quell’anno comincia con le dirette in modo più costante. Solo cinque anni dopo, nel post-pandemia, si accorge di avere un pubblico molto più ampio: per lungo tempo lo seguivano poche persone, ma lui era già soddisfatto perché faceva qualcosa che amava.
Da quelle dirette è arrivato ai grandi palchi: televisione, Concertone del Primo Maggio, Sanremo. Nonostante ciò, afferma di non aver mai pensato seriamente di lasciare la scuola per dedicarsi solo alla carriera pubblica: «Mi sento prima di tutto un professore». Anche il successo di un libro bestseller e di uno spettacolo teatrale con oltre cento date sold out e centomila spettatori non cambia la sua identità: «Resto un professore. Lo sono in classe e lo sono anche sul palco».
La scuola, spiega, gli dà ancora oggi stimoli, idee e la possibilità di fare ogni giorno qualcosa di diverso. A dargli davvero energia sono gli studenti, mentre della scuola come istituzione critica la mole di burocrazia: documenti, procedure e adempimenti che, a suo dire, soffocano il lavoro degli insegnanti.
Guardando avanti, immagina una scuola «profondamente diversa», non più prigioniera di schemi superati, ma teme che l’incapacità di cambiare possa portare il sistema a «crollare sotto il peso» dei propri limiti. Nonostante l’arrivo di molti strumenti tecnologici, si chiede quanti vengano usati davvero in modo efficace e cita lo smartphone come esempio di strumento «straordinariamente democratico» che però in molti casi ha creato grandi difficoltà ai ragazzi. Per lui servirebbe una vera riforma, che ripensi i principi alla base della scuola, non solo il linguaggio o gli strumenti.
Un capitolo centrale, per Schettini, è la formazione degli insegnanti. Vorrebbe dedicarsi proprio a questo ambito, non perché i docenti non sappiano insegnare – «gli insegnanti sanno fare il loro lavoro», ribadisce – ma perché molti colleghi gli hanno confidato il bisogno di percorsi che li aiutino a ritrovare quella scintilla personale che rende unico il modo di stare in classe. È convinto che questa componente personale sarà uno dei pilastri della scuola del futuro.
Le polemiche: accuse anonime, social e scuola gratuita
Negli ultimi mesi Schettini ha imparato a pesare ogni parola. Una delle contestazioni è nata da una frase, pronunciata in un podcast, in cui diceva ironicamente di aver «costretto» gli studenti a seguire le sue dirette. Oggi chiarisce che il tono era evidentemente scherzoso e che, se davvero avesse obbligato i ragazzi, dopo poche lezioni sarebbe arrivata una segnalazione alla dirigente. Quell’esperienza, iniziata una decina di anni fa, racconta, aveva invece coinvolto profondamente gli studenti e prodotto qualcosa di «molto bello». Ora però riconosce che, con una grande esposizione pubblica, anche l’ironia può essere fraintesa.
Schettini contesta anche il modo in cui, sui social, vengono estrapolati pochi secondi di un discorso e diffusi senza contesto. Cita l’esempio di chi prende trenta secondi di una diretta in cui invita gli studenti a partecipare, commentare e studiare promettendo un voto in più, ignorando tutto il lavoro fatto durante la lezione: così, sostiene, si offre una rappresentazione distorta della realtà. A suo avviso, bisognerebbe sempre guardare il quadro completo.
Una parte delle critiche è arrivata da ex studenti anonimi. Su questo punto è netto: «Come si può chiedere a qualcuno di scusarsi davanti ad accuse anonime?». Ricorda inoltre di non essere mai stato un insegnante che piace a tutti: è normale che alcuni conservino un ricordo negativo, perché insegnare significa anche valutare, dare insufficienze e chiedere impegno.
Un’altra polemica ha riguardato alcune sue dichiarazioni sull’istruzione a pagamento. Schettini precisa di non aver mai messo in discussione il principio della scuola pubblica: «La scuola è e deve rimanere un diritto universale, gratuito e inalienabile». Il suo discorso, spiega, riguardava le attività culturali fuori dall’orario scolastico: se per andare a teatro o a una mostra si paga un biglietto e un artista viene retribuito, allo stesso modo un insegnante, quando realizza iniziative culturali extra-scuola, è un professionista e deve essere pagato. «Era questo il senso delle mie parole», sottolinea.
Le critiche lo colpiscono soprattutto sul piano personale, più che su quello professionale, dove dice di sentirsi solido. Quando vengono toccati gli affetti, ammette, «fanno molto più male». Non si aspettava un successo così grande, ma crede che il pubblico percepisca la sua semplicità e il fatto che continui a sentirsi un professore. Una delle soddisfazioni maggiori, racconta, è quando qualcuno lo ferma per strada e gli dice: «Prof, lei è uno di famiglia». Per lui, quello è «il successo più autentico».
Se potesse cambiare qualcosa del personaggio pubblico che è diventato, forse sarebbe «meno diretto» e più diplomatico, qualcuno direbbe «più ipocrita». Ma riconosce che non è nel suo carattere: spesso viene premiato chi dice ciò che gli altri vogliono sentirsi dire, mentre lui preferisce esprimere quello che pensa, anche a costo di risultare «scomodo».
Diritti, alleanza educativa e fragilità personali
Schettini non ha esitato a esporsi anche su temi sensibili, come i diritti delle persone omosessuali. Spiega di averlo fatto perché ci sono ancora persone a cui i diritti vengono negati e che, in alcuni casi, vengono persino uccise a causa dei pregiudizi. Avrebbe potuto evitare di esporsi e limitarsi a coltivare il proprio spazio personale, ma non lo avrebbe ritenuto coerente con se stesso: quando un tema gli sembra importante, sente «il dovere» di parlarne.
Sul rapporto tra scuola e famiglie, invita i genitori alla pazienza e alla fiducia nei docenti, che definisce alleati nell’educazione dei figli, anche quando non se ne condividono tutte le scelte. L’«alleanza educativa» tra scuola e famiglia, insiste, è fondamentale. Nella sua esperienza personale dice di aver sempre avuto rapporti diretti e sinceri con i genitori, basati sulla stima reciproca, pur avendo visto situazioni difficili vissute da altri colleghi. Ricorda anche quando era studente: se una professoressa faceva un’osservazione ai suoi genitori, loro l’ascoltavano con rispetto e poi gliela ripetevano, riconoscendo l’autorevolezza dell’insegnante.
L’ultimo anno, confessa, è stato particolarmente duro: si è sentito più vulnerabile rispetto al passato. Con una forte esposizione pubblica arrivano inevitabilmente momenti complicati, nei quali ha cercato di non perdere quella scintilla che lo ha sempre guidato. «Non sono un guru né una persona speciale», dice, ammettendo di essere il primo ad aver bisogno, a volte, di fermarsi e chiedere aiuto.
Da qui la decisione di iniziare un percorso con una psicologa, scelta che definisce «bellissima». Abituato ad aiutare gli altri con facilità, a un certo punto si è chiesto chi potesse aiutare lui e ha scelto di affidarsi a una professionista. È stata, racconta, un’esperienza molto importante e ritiene che chiunque, quando ne sente il bisogno, dovrebbe poter ricorrere a uno specialista. Per lui la salute mentale è importante quanto quella fisica e bisogna imparare a prendersene cura senza pregiudizi.
Guardando a se stesso tra dieci anni, Schettini si vede ancora a scuola: «Continuerò sicuramente a insegnare, perché è ciò che sono». L’augurio che si fa è di poterlo fare con maggiore serenità, dedicando più tempo a ciò che davvero conta.







