La Nazionale italiana di Powerchair Football era pronta a partire da Fiumicino per la Scozia, destinazione Glasgow, per un prestigioso torneo internazionale in vista del Campionato del mondo. A pochi minuti dall’imbarco, però, il viaggio è stato annullato: EasyJet ha comunicato che le carrozzine elettriche degli atleti non potevano essere caricate in stiva, facendo così sfumare in un attimo mesi di preparazione.
Il racconto del capitano Simone Ranzato
Simone Ranzato, capitano della Nazionale, non nasconde l’amarezza. La squadra, dopo un lungo periodo di allenamenti e rinunce, era in aeroporto pronta a imbarcarsi quando è arrivato lo stop. Un’addetta di EasyJet ha spiegato agli atleti che le loro wheelchair non sarebbero potute salire sull’aereo e ha proposto come alternativa di spedirle prima a Londra e poi a Edimburgo.
Una soluzione giudicata impraticabile, anche perché non prevedeva la consegna a Glasgow, che era la vera destinazione del viaggio. Inoltre, spostare carrozzine speciali dal valore superiore a 15 mila euro ciascuna attraverso più scali europei è apparso subito troppo rischioso. Di fronte a questa prospettiva, la trasferta è stata cancellata: niente torneo, niente opportunità di preparazione internazionale, sogno interrotto all’improvviso.
Ranzato sottolinea il dispiacere soprattutto per «due atleti alla prima convocazione in Nazionale», che hanno visto svanire il debutto in maglia azzurra. Il capitano racconta come la Federazione avesse seguito in modo scrupoloso tutte le procedure richieste e, fino a pochi giorni prima della partenza, avesse contattato ripetutamente la compagnia aerea ricevendo sempre la stessa rassicurazione: «nessun problema».
Secondo il suo racconto, era stato persino indicato che sarebbe stato utilizzato un aereo più grande, dettaglio che aveva ulteriormente rafforzato la convinzione che tutto fosse in ordine. Gli atleti, convinti di partire, si erano concessi una colazione al bar dell’aeroporto, carichi di emozione per il torneo, prima di vedersi negato l’imbarco.
«Assurdo, quando ce lo hanno detto non potevamo crederci», afferma Ranzato, che ora spera almeno in un rimborso delle spese sostenute per organizzare la trasferta. Il capitano parla di «mesi di lavoro e sacrifici buttati via senza alcun rispetto» e definisce l’esperienza «terribile», augurandosi che situazioni simili non si ripetano.
L’intervento del Comitato Paralimpico Italiano
Sulla vicenda è intervenuto anche Marco Giunio De Sanctis, presidente del Comitato Paralimpico Italiano. Per lui quanto accaduto a Fiumicino è «un episodio inaccettabile» che fa fare «un salto indietro di decenni» sul piano dei diritti umani e sociali.
De Sanctis sottolinea che non si tratta di un semplice disservizio di viaggio o di un ritardo nella consegna dei bagagli: impedire l’imbarco agli atleti e ai loro ausili, con cui vivono e gareggiano, significa negare la loro autonomia e identità. Le carrozzine, ricorda, per un atleta paralimpico «non sono un carico ingombrante, ma l’estensione del proprio corpo».
Il presidente parla di un danno triplice e gravissimo:
- umano, per i sacrifici di atleti arrivati da tutta Italia e costretti a rinunciare all’esperienza in Scozia;
- sportivo, perché la mancata partecipazione al torneo compromette la preparazione verso i Mondiali ormai vicini;
- economico, con oltre 20 mila euro tra biglietti, alloggi e logistica andati perduti, oltre all’impatto psicologico sugli stessi giocatori.
«Sport paralimpico come quello olimpico»
De Sanctis indica anche la direzione in cui, a suo avviso, occorre muoversi per evitare che episodi del genere si ripetano. È necessario, sottolinea, riconoscere allo sport paralimpico la stessa importanza e dignità dello sport olimpico, ricordando che gli atleti paralimpici sono atleti a tutti gli effetti e che le loro competizioni e i loro campionati sono di altissimo livello internazionale.
Per questo, chi opera nei trasporti, nelle infrastrutture e nei servizi dovrebbe conoscere a fondo le esigenze legate alla disabilità, «grave o meno grave che sia, ma sempre con pari diritti», così da permettere a ogni rappresentativa nazionale – dalla Nazionale di calcio a quella di Powerchair Football – di viaggiare e competere in Italia e all’estero senza ostacoli.
Il presidente del Comitato Paralimpico Italiano ricorda che proprio attraverso lo sport si è compiuto uno dei primi veri passi verso l’integrazione delle persone con disabilità e che il mondo sportivo è stato il primo a riconoscerne la piena dignità. Ora, afferma, è il momento che l’intero Paese riconosca lo sport paralimpico alla pari di quello olimpico, vedendo lo sport come «un unico, grande contenitore» fatto di uomini e donne senza distinzioni.
De Sanctis avverte anche contro l’attenzione a intermittenza sulla disabilità e sull’accessibilità, che spesso riaffiora solo durante le Paralimpiadi o i grandi eventi. La vera inclusione, sostiene, si misura nella quotidianità: non basta installare una passerella o abbattere una barriera solo in occasione di un convegno, ma bisogna rimuovere gli ostacoli alla radice, considerando la disabilità parte integrante della vita civile e della società.







