Nel suo libro Riprendersi l’anima lo psichiatra e scrittore Paolo Crepet ribalta una convinzione diffusa: per far durare un rapporto non basta esserci sempre. Al contrario, sostiene che anche la distanza abbia un peso decisivo e che «mancarsi è un’arte», soprattutto in un’epoca dominata da messaggi continui, reperibilità costante e controllo reciproco.
Per Crepet amare non significa occupare ogni istante e ogni spazio dell’altro, ma consentirgli di restare integro, riconoscibile, autonomo. Pause, silenzi, momenti in cui non ci si vede non sono automaticamente segnali di crisi: possono diventare il luogo in cui il desiderio sopravvive, l’attesa si alimenta e il ritrovarsi acquista intensità. È proprio l’assenza, osserva, che a volte ci restituisce la misura reale di una presenza.
Imparare a “mancarsi” vuol dire allora sottrarre il legame alla dipendenza, alla routine, alla tentazione del controllo. Solo due persone capaci di respirare anche da sole possono scegliere ogni giorno di stare insieme, invece di restare unite per bisogno.
Il paradosso della troppa vicinanza e il ricordo del padre
Crepet mette in discussione anche il mito romantico della “metà della mela”, l’idea che l’amore coincida con la fusione totale e con l’azzeramento degli spazi personali. Quando tutto dell’altro è sempre disponibile, prevedibile, a portata di mano, spiega, il mistero si esaurisce e il sentimento viene addomesticato.
Per lui l’intensità di un legame non si misura nella presenza soffocante, ma nella capacità di reggere la lontananza. È nello spazio creato dalla distanza che trova posto quel «mistero attraente che conduce all’estasi», quell’altrove invisibile che spinge due persone a cercarsi ancora.
In un passaggio particolarmente intimo, Crepet richiama la figura del padre, medico razionale rimasto vedovo prematuramente, che vive da solo in una casa sul fiume. Tra un minestrone riscaldato e i dischi di Mozart o Scriabin, quell’uomo apparentemente asciutto gli regala, quasi senza volerlo, una piccola lezione d’amore.
Durante una visita improvvisata, il padre gli dice: «Ho capito, tu arrivi quando vuoi… ti mangi pure il minestrone… be’, volevo dirti che mi rompi le scatole… l’altra è che domani mattina… mi accorgerò… che non ci sei più… e chissà dove diavolo sarai andato, mi chiederò… be’, volevo dirti che in quel momento, sentirò che mi manchi…». In queste parole, osserva Crepet, si nasconde una verità radicale: “rompere le scatole” e “mancarsi” sono inscindibili. L’amore accetta il disturbo della presenza concreta per poter poi gustare il vuoto che quella stessa presenza lascia quando si allontana.
Mancanza, vuoto e “giusta distanza” nelle relazioni di oggi
Per Crepet il verbo “mancare” ha una nobiltà particolare: è una parola che non reclama, non pretende, nasce da una sottrazione che però genera un tesoro. In una società abituata ad accumulare – ore insieme, notifiche, attenzioni – l’amore, sostiene, non cresce per somma ma per sottrazione. È quando l’altro non c’è che il suo valore diventa nitido; il vuoto fisico si trasforma in spazio mentale in cui l’altro viene pensato, desiderato, ricostruito nel ricordo.
La mancanza, in questa prospettiva, non è solo privazione dolorosa ma può diventare sollievo, consolazione, punto di riferimento nelle “stanze buie” in cui cerchiamo una guida o una certezza.
Da qui l’appello che Crepet rivolge soprattutto alle nuove generazioni: imparare a sentire il vuoto. Oggi l’ansia di separazione viene anestetizzata da schermi sempre accesi, geolocalizzazioni, spunte di visualizzazione. Se non ci si perde mai davvero, il desiderio rischia di non accendersi. Scrive che «bisogna rompere le scatole al mondo, indignarsi, ribellarsi, eccedere perfino, per arrivare poi a mancarsi, a sentire quel vuoto, fino a percepire un intenso desiderio di rivelarsi».
Senza la prova del vuoto, avverte, manca anche la gioia piena dell’incontro. Accettare un passo indietro, tollerare distanza e silenzio permette al legame di rigenerarsi e di mostrare la sua profondità.
Coltivare l’arte della giusta distanza non equivale a volersi meno bene né a diventare freddi. Significa proteggere lo spazio dell’individualità propria e altrui, lasciare che l’altro possa uscire all’alba senza far rumore sapendo che quel vuoto sul divano non è abbandono, ma l’anticamera di un ritorno atteso, magari ancora davanti a un minestrone riscaldato. Perché l’amore, ricorda Crepet, ha bisogno di aria: di quella distanza sottile e necessaria che trasforma la presenza in dono e l’assenza in un viaggio, ogni volta, verso l’altro.







