Irene Maiorino racconta di vivere una fase che definisce di «mutazione», paragonandosi a un serpente che cambia pelle. L’attrice, diventata popolare grazie al ruolo di Lila ne L’amica geniale, spiega che quel personaggio è stato per lei «come un grande amore» e che ci è voluto molto tempo prima che smettesse di sentirne la presenza. Oggi, al Festival del Cinema e della Televisione di Benevento, dove è intervenuta, dice di cominciare finalmente a non avvertire più «la sua ombra che mi trotterella intorno».
Nel frattempo, dopo la quarta stagione della serie tratta dai romanzi di Elena Ferrante, Maiorino non si è praticamente mai fermata: ha lavorato, tra l’altro, alla serie Portobello per HBO Max e ha interpretato una giovane Grazia Deledda nel film Quasi Grazia.
Dal “dopo Lila” ai nuovi ruoli
Ripensando a ciò che è accaduto dopo L’amica geniale, Maiorino si dice felice che il primo impegno successivo sia stato nella serie di Marco Bellocchio. «Lila era gigantesca, invece Nadia era una cosa così piccola che interpretarla mi ha fatto bene», racconta. Un passaggio che coincide anche con una soglia personale: ha da poco compiuto 40 anni e ha la sensazione concreta di «stare cambiando pelle».
La trasformazione riguarda soprattutto il rapporto con la solitudine. «Mi è sempre appartenuta, ma adesso devo fare i conti con quella dovuta al grande lavoro», osserva. Il ritmo professionale intenso non la porta però a desiderare un legame a tutti i costi: si definisce «una persona molto libera» e ribadisce che, se non trova «un complice», preferisce restare sola.
Quando il lavoro si ferma, ammette di essere costretta a confrontarsi con sé stessa, anche se dice di non guardarsi quasi mai allo specchio. «Mi guardo allo specchio solo quando devo lavorare. E poi mi trucco pochissimo», aggiunge, spiegando che sul set non vede l’ora di trasformarsi, mentre nella vita privata sente il bisogno opposto, quello di «fare un passo indietro».
Amore, solitudine e l’eredità di Lila
Sul tema dell’amore, Maiorino spiazza: «Forse è più giusto dire che ci spezza» più che completare. Non considera una debolezza il desiderio di condividere e di appoggiarsi a qualcuno, ma mette in guardia dall’affidare la propria vita interamente nelle mani di un’altra persona, perché «non è giusto».
La solitudine, invece, non la terrorizza. Attraverso Lila dice di aver recuperato tratti di sé di quando era più giovane e meno «malleabile»: allora le persone «o mi piacevano o non mi piacevano», mentre crescendo ha imparato a non leggere tutto solo in bianco e nero.
Nel suo percorso professionale, Lila non è stata tanto un’ombra quanto «un lupo, perché era molto selvaggia». Quel personaggio le ha restituito la forza di credere in una identità «un po’ ruvida e spigolosa» e nella necessità di essere onesti, compiere scelte e «lottare per le cose giuste». Col tempo, però, il rapporto con Lila è diventato «quasi simbiotico»: per rendere credibili sentimenti estremi, come il vuoto per la scomparsa di una figlia, ha dovuto «scavare a fondo» dentro di sé. Ora, dice, sta recuperando «piano piano» la propria solarità.
L’influenza di Lila è passata anche dal corpo: «È come se l’avessi assorbita nella fisicità: non sorridevo mai, avevo sempre i capelli lisci, prendevo poco sole». Finite le riprese, la prima cosa che ha fatto è stata «riprendere il rapporto col corpo».
Identità, lavoro e impegno sul presente
Maiorino esclude di aver mai provato odio per il personaggio che l’ha resa nota: «Non potrei mai odiarla, perché mi ha dato tanto». E aggiunge che, dopo Lila, è stato importante mettersi alla prova in un ruolo più piccolo ma significativo come quello in Portobello. Le dispiace che, nel cinema italiano, sembri contare solo essere protagonista: «È una sciocchezza», commenta.
Alla domanda su chi sia oggi Irene Maiorino, risponde di sentirsi «una donna che cerca di essere aderente a quello che sente a prescindere dalle mode e dalle correnti». Avverte l’esigenza di dare un senso alle cose e si interroga spesso su come e con quale obiettivo usare i palchi per parlare di temi come la Palestina e la condizione delle donne in Iran. Per lei è «fondamentale» non prescindere da questi argomenti, perché non riuscirebbe a farlo. Confessa infine che la «gente che si distacca dal presente» la spaventa molto.







