Prima ancora che “The Odyssey” arrivasse in sala, Christopher Nolan si è ritrovato al centro di un’ondata di attacchi da parte di commentatori conservatori sui social, decisi a trasformare il film in un nuovo fronte della guerra culturale. Il bersaglio erano le scelte di casting in un’opera che molti di loro non avevano neppure visto, con l’effetto paradossale di amplificare ancora di più l’attenzione su un titolo che non aveva particolare bisogno di ulteriore pubblicità.
Tra le voci più rumorose figuravano Elon Musk e Donald Trump Jr., che sui social hanno criticato la scelta di Lupita Nyong’o come Elena di Troia perché nera e di Elliot Page nel ruolo di un guerriero greco perché persona trans. Attacchi che i media non hanno potuto ignorare, anche perché si inseriscono nel filone ormai consolidato della crociata contro la presunta “Hollywood liberal” e il cosiddetto “woke”.
Il film, il cast e il peso reale delle polemiche
Nonostante l’attenzione preventiva concentrata sui personaggi di Nyong’o e Page, i due attori compaiono sullo schermo solo per pochi minuti ciascuno. “The Odyssey”, che dura quasi tre ore e prosegue la tradizione di Nolan di mettere a dura prova la resistenza degli spettatori in sala, ha invece al centro un cast guidato da Matt Damon, Tom Holland e Anne Hathaway.
La forza del nome Nolan, dopo successi come “Inception”, “The Prestige” e l’Oscar per “Oppenheimer”, gli permette di attirare volti molto riconoscibili anche per ruoli minori: nel film compaiono, tra gli altri, Zendaya, il rapper Travis Scott e l’attrice di horror Mia Goth. Una strategia che allarga il richiamo commerciale dell’opera senza snaturarne l’impianto.
Musk e altri critici hanno provato a leggere questo casting diversificato come una manovra “calcolata” per ottenere riconoscimenti ai premi e come segno di presunta ostilità verso i bianchi. Un’accusa che il pezzo di partenza definisce bizzarra, ricordando che si tratta di un racconto mitologico e non, per esempio, di un biopic storico in cui si pretenderebbe un’aderenza letterale alle fattezze reali.
Sul piano artistico, “The Odyssey” viene descritto come un film dalla potenza visiva pensata per i grandi schermi, forse non al livello più alto della filmografia del regista britannico, ma comunque all’altezza del ruolo di successore di “Oppenheimer”.
Le risposte di Nolan e il nodo della guerra culturale
Di fronte alle critiche della destra, Nolan ha scelto toni estremamente misurati. In un’intervista al Telegraph ha spiegato che attacchi di questo tipo “fanno parte del territorio” e li ha definiti “irrilevanti”, sottolineando che molti di coloro che contestavano il film mesi fa, quando è partita la campagna contro “The Odyssey”, non lo avevano ancora visto. Il regista ha richiamato anche la sua esperienza con la trilogia di “Batman”, ricordando come quel tipo di fanbase abbia sempre avuto opinioni forti su cosa sia meglio per il franchise.
Il film, pur restando fedele alla struttura del poema di Omero, inserisce in modo neanche troppo velato temi contemporanei e universali: interrogativi sull’umanità, sul prezzo del deterioramento degli standard di onore e decenza di una società. Secondo quanto raccontato, Jon Stewart ha osservato in una recente conversazione con Nolan che questo rende “The Odyssey” un ideale compagno di “Oppenheimer”, aggiungendo anche una risposta, forse non cercata ma evidente, alle campagne social guidate da Musk e dai suoi sostenitori.
L’articolo mette a confronto l’attuale ondata di attacchi con le proteste, considerate perlopiù in buona fede, che avevano accompagnato ai tempi la scelta di Zack Snyder di affidare il ruolo di Batman a Ben Affleck. In questo caso, invece, si parla di una strumentalizzazione dell’idea di “fedeltà a Omero” per attingere a un serbatoio praticamente inesauribile di indignazione.
Box office, slogan “go woke, go broke” e prospettive per Universal
Chi ripete lo slogan “go woke, go broke” viene descritto come poco interessato ai dati di botteghino pubblicati dalle testate di settore e spesso ignaro del fatto che il cinema è ormai un prodotto globale. È proprio su questa scala che “The Odyssey” sembra destinato a brillare.
Nonostante un’estate cinematografica definita imprevedibile – con l’horror “Obsession” capace di incassare cifre record e titoli come “Moana” e “Supergirl” sotto le aspettative – le previsioni indicano che il film di Nolan, concepito per i formati premium a grande schermo, potrebbe raggiungere circa 200 milioni di dollari nel mondo nel weekend di apertura. Il viaggio è iniziato con quasi 18 milioni di dollari nelle anteprime del giovedì, il miglior risultato dell’anno sul mercato domestico.
Qualunque sarà il risultato finale, questi numeri vengono descritti come più che sufficienti a smentire concretamente l’idea di un inevitabile “fallimento” per Universal Pictures, lo studio che distribuisce il film. Nolan e Universal appaiono così avviati a vincere questa ennesima battaglia senza scendere sul terreno dei loro critici più rumorosi, un piccolo successo in un contesto di guerra culturale che sembra non avere fine.







