Nel nuovo test realizzato dal Salvagente su 16 rotoli di carta da forno venduti nei supermercati italiani, in 14 campioni sono state trovate tracce di Pfas. Solo i prodotti a marchio Carrefour e Domopak sono risultati privi di sostanze perfluoroalchiliche in quantità quantificabili con i metodi di laboratorio utilizzati. Nessuna delle carte analizzate supera però i limiti europei che entreranno in vigore dal 12 agosto 2026, mentre resta aperta la questione dell’impatto ambientale e dell’esposizione complessiva a questi “inquinanti eterni”.
Cosa ha rilevato il test sulle carte da forno
L’inchiesta del Salvagente ha riguardato 16 marche di carta da forno reperibili nella grande distribuzione: tra queste Domopak, House, Ottimo, Arkalia Casa di Pam, Cuki, Home&Style di Todis, Lidl, Sistema casa di Eurospin, Frio, Casa Coop, Esselunga, Conad, Selex, Ecor e Carrefour.
Le analisi hanno cercato specifici Pfas e misurato anche il fluoro totale, parametro che offre un’indicazione della presenza complessiva di composti fluorurati, inclusi quelli non individuati singolarmente.
L’esito più netto riguarda proprio Carrefour e Domopak: in questi due prodotti i Pfas sono risultati al di sotto del limite di quantificazione, cioè non misurabili con il metodo impiegato. In tutti gli altri rotoli è stata invece riscontrata almeno una sostanza perfluoroalchilica: nella maggioranza dei casi due composti diversi, mentre la carta da forno aromatizzata venduta da Lidl ne contiene tre.
Neppure le carte che puntano su claim di naturalità o attenzione ambientale si sono rivelate esenti: sia la carta Ecor sia la carta forno naturale Cuki hanno mostrato la presenza di Pfas. Il riferimento alla “naturalità”, sottolinea il test, può riguardare colore, assenza di sbiancanti o altri aspetti, ma non implica automaticamente l’assenza di composti fluorurati usati per rendere il materiale resistente a grassi e umidità.
Dal punto di vista normativo, nessuno dei 16 prodotti supera i nuovi limiti Ue su singoli Pfas, somme di gruppi di sostanze e fluoro organico totale previsti per gli imballaggi alimentari dal 2026. Il rispetto delle soglie, tuttavia, non chiude il dibattito sulla necessità di impiegare molecole così persistenti in un prodotto monouso destinato a pochi minuti di utilizzo.
I Pfas individuati e i rischi legati alla persistenza
Le analisi di laboratorio hanno identificato tre diversi Pfas. Il primo è l’acido perfluorobutanoico (Pfba), un Pfas a catena corta che può derivare anche dalla degradazione di altre sostanze perfluoroalchiliche, incluso il Pfoa, ormai vietato in Europa per la sua tossicità e persistenza. Il Pfba è molto mobile nell’ambiente, raggiunge con facilità acque superficiali e sotterranee ed è incluso nelle norme europee sulla qualità dell’acqua potabile. Studi su animali indicano che esposizioni elevate possono influire su tiroide, fegato, sviluppo e alcuni parametri del sangue.
Gli altri due composti rilevati appartengono alla famiglia degli alcoli fluorotelomerici (Ftoh). Sono usati come precursori nella produzione di tensioattivi e altri fluorurati, sono relativamente volatili e possono diffondersi nell’aria, trasformandosi in Pfas più stabili. Il 6:2 Ftoh può degradarsi fino a generare, tra gli altri, l’acido perfluoroesanoico (Pfhxa), già soggetto a restrizioni in Ue per vari usi. L’8:2 Ftoh è considerato un precursore del Pfoa, classificato cancerogeno per l’uomo e vietato in Europa dal 2020.
La presenza di questi precursori non significa che la carta contenga già le stesse quantità dei composti finali, ma indica che durante l’uso, lo smaltimento o la permanenza nell’ambiente possono contribuire alla formazione di molecole ancora più persistenti.
Secondo le stime citate, la famiglia dei Pfas comprende circa 10mila sostanze, impossibili da ricercare una per una in laboratorio. Le analisi mirate intercettano solo una parte dei composti presenti, mentre la misura del fluoro totale dà un quadro più ampio ma non consente di sapere quali molecole specifiche lo determinano.
Migrazione negli alimenti, parere dell’esperto e impatto ambientale
Un punto ancora scoperto riguarda la migrazione dei Pfas dalla carta agli alimenti. Il test del Salvagente si è fermato alla quantificazione delle sostanze nel materiale, senza valutare quanto possa effettivamente passare nel cibo durante la cottura. Eppure la carta da forno viene usata ad alte temperature, spesso oltre i 200 gradi, e a contatto con alimenti grassi: fattori, insieme a tempo di cottura, acidità e composizione del cibo, che possono influenzare il trasferimento delle sostanze.
Per Andrea Di Nisio, professore dell’Università Unipegaso e collaboratore di Carlo Foresta, la presenza di Pfas nella carta da forno non è sorprendente, perché le stesse caratteristiche che li rendono utili all’industria – resistenza all’acqua e ai grassi – sono richieste anche a questo prodotto. Il ritrovamento nel materiale, però, non basta a definire un pericolo diretto per il consumatore: servirebbero studi di migrazione a caldo che riproducano le reali condizioni d’uso.
Di Nisio richiama l’attenzione soprattutto sulla straordinaria persistenza di queste sostanze e sulla loro capacità di circolare tra prodotti, rifiuti, acqua, alimenti e organismo umano. I Pfas, spiega, una volta ingeriti vengono assorbiti dall’intestino, entrano nel sangue e interagiscono con trasportatori normalmente dedicati a nutrienti e ormoni. Non si accumulano solo nel tessuto adiposo ma possono distribuirsi in diversi organi e restare a lungo in circolo.
L’eliminazione è lenta: anche interrompendo l’esposizione, per molte molecole servono in media tre-quattro anni perché la concentrazione nel sangue si dimezzi, e in alcuni casi ancora di più. I Pfas a catena corta restano generalmente meno a lungo nell’organismo rispetto a quelli a catena lunga, ma questo non li rende automaticamente innocui.
Il ricercatore richiama inoltre il ruolo del Tfa (acido trifluoroacetico), piccola molecola estremamente persistente che rappresenta il prodotto finale della degradazione di molte sostanze fluorurate e tende ad accumularsi soprattutto nelle acque. Le sostanze eliminate dall’organismo finiscono nelle acque reflue, dove i normali impianti di depurazione non sono progettati per distruggerle, con il rischio che raggiungano fiumi e mari e continuino a circolare nell’ambiente.
Anche la fase di smaltimento della carta da forno contribuisce al problema. Un foglio usato una sola volta, spesso sporco di grasso e residui di cibo, è difficilmente riciclabile e finisce nei rifiuti indifferenziati o, a seconda delle indicazioni locali e del tipo di materiale, nell’organico. In discarica o negli impianti di incenerimento, i Pfas non scompaiono: possono passare nel percolato, restare nei residui o contaminare compost e fanghi, arrivando così al suolo, alle acque, alle coltivazioni e di nuovo agli alimenti.
Per Di Nisio, il vero nodo è l’esposizione cumulativa: ogni giorno si assumono piccole quantità di Pfas da acqua, cibo, imballaggi, utensili, tessuti e altri prodotti. Anche quando ogni singola fonte rispetta i limiti, la somma può diventare rilevante. Per questo invita alla prudenza sulla carta da forno: senza studi specifici di migrazione alle temperature reali di utilizzo, non è possibile dare una risposta definitiva sulla sicurezza.
Il fatto che Carrefour e Domopak risultino senza Pfas rilevabili dimostra comunque che è tecnicamente possibile ottenere carte da forno con livelli migliori. Il test del Salvagente non segnala un rischio acuto legato alla cottura di un singolo alimento, ma mette in luce una fonte aggiuntiva di contaminazione da Pfas, finora poco considerata, che si somma alle molte già presenti nei prodotti di uso quotidiano.







