La parabola di Barbara Hutton è una delle più clamorose del Novecento: erede di una fortuna immensa, protagonista delle cronache mondane per i suoi matrimoni lampo e per un’esistenza segnata da fragilità psicologiche, alcol e lutti, morì in una suite del Regent Beverly Wilshire Hotel di Los Angeles con appena quattromila dollari sul conto corrente. A mantenerne vivo il mito, oltre alla biografia portata in tv da Faye Dunaway nella miniserie Poor Little Rich Girl: The Barbara Hutton Story (che nel 1987 le valse una nomination ai Golden Globes), è soprattutto la collezione di gioielli che l’ereditiera mise insieme in decenni di vita sfarzosa.
Fin da giovane, Hutton non si limitò a comprare collane, anelli e tiare: lavorò fianco a fianco con le più importanti maison del tempo, contribuendo a creare pezzi che hanno segnato il gusto dell’epoca e che oggi sono considerati capolavori assoluti. Una passione che non le impedì, negli anni, di vendere molti di quei tesori per finanziare un tenore di vita dispendioso, investimenti sbagliati e divorzi costosissimi.
Tra le innumerevoli creazioni passate dal suo portagioie, cinque gioielli vengono ancora ricordati come leggendari.
La tiara Romanov e il diamante Pasha d’Egitto
La prima icona della collezione è la tiara di smeraldi legata alla dinastia Romanov. Le grandi pietre verdi montate nel diadema – che poteva trasformarsi anche in collier – provenivano da una collana regalata dal granduca Vladimir Alexandrovich alla moglie Maria Pavlovna di Russia. La duchessa fu l’ultima dei Romanov a lasciare il Paese dopo la rivoluzione, costretta ad abbandonare la propria straordinaria collezione di gioielli. Recuperati e portati a Londra, molti di quei pezzi furono venduti: la collana di smeraldi passò a Cartier e, da lì, a Barbara Hutton.
Nel 1947 l’ereditiera incaricò il designer Lucien Lachassagne di trasformare il collier nel celebre diadema, che amava indossare nella villa di Tangeri, dove venne immortalata più volte dall’obiettivo di Cecil Beaton. A metà degli anni Sessanta, però, Hutton decise di cedere la tiara a Van Cleef & Arpels per finanziare il divorzio da Pierre Raymond Doan Vinh. La maison smontò le gemme e le vendette singolarmente; secondo alcune ricostruzioni, parte di quegli smeraldi sarebbe poi stata utilizzata per realizzare il famoso collier di Bvlgari indossato da Elizabeth Taylor.
Il secondo capolavoro è l’anello con il diamante Pasha d’Egitto. Questa pietra, celebrata come la gemma più bella del tesoro Ottomano, era originariamente un diamante ottagonale di 40 carati appartenuto alla famiglia reale egiziana. Negli anni Quaranta re Farouk lo vendette a Bvlgari, e da lì arrivò nelle mani di Barbara Hutton. L’ereditiera chiese a Cartier di ripensare completamente la pietra: il diamante fu ridotto a 36 carati, con un taglio brillante rotondo, e montato su un anello destinato a diventare uno dei simboli assoluti della sua collezione. Un esempio di come Hutton, incurante dell’eccezionalità delle gemme, amasse sempre imprimere il proprio gusto personale, rimaneggiando spesso anche i pezzi già in suo possesso.
Il collier di giadeite, il bracciale Ludo e le perle di Maria Antonietta
Tra i gioielli più preziosi del suo scrigno figura il collier di giadeite noto come Hutton-Mdivani. Barbara lo ricevette nel 1933 come dono di nozze dal padre, in occasione del matrimonio con il sedicente principe Alexis Mdivani, che dissipò gran parte delle sue ricchezze. La collana è composta da 27 perle di giadeite di eccezionale traslucenza, dal colore intenso e con caratteristiche “a nuvola” invisibili a occhio nudo. Probabilmente appartenuta alla casa reale cinese all’inizio dell’Ottocento, passò poi a Cartier, che la completò con una chiusura in platino.
Successivamente Hutton fece sostituire la chiusura con un fermaglio rotondo in oro giallo, diamanti e rubini, in perfetto stile Art Déco. Nel 2013 il collier è stato protagonista di un’asta Sotheby’s a Hong Kong dedicata alla giada: per via della sua rarità e della storia eccezionale, fu Cartier stessa a riacquistarlo, pagandolo 27 milioni di dollari.
Un altro pezzo chiave è il bracciale Ludo di Van Cleef & Arpels. Il modello, creato nel 1935, è caratterizzato da una struttura flessibile che ricorda una cintura. Proprio in quell’anno Barbara Hutton commissionò alla maison una versione in platino e diamanti, che indossò con grande frequenza. Il successo del bracciale al polso dell’ereditiera fu tale da trasformarlo in un oggetto di desiderio nei circoli dell’alta società che frequentava, dove la variante in platino e brillanti divenne sinonimo di massimo glamour e raffinatezza.
Chiude la cinquina leggendaria la collana di perle attribuita a Maria Antonietta. Anche questo gioiello arrivò a Barbara Hutton come regalo di nozze del padre, acquistato da Cartier per il suo primo matrimonio. Secondo quanto riportato da Christie’s, non esiste una prova definitiva che la collana appartenesse alla collezione personale della regina di Francia, ma gli esperti che hanno studiato ciò che resta del suo portagioie la considerano autentica, motivo per cui il collier porta da sempre il nome di Maria Antonietta. Composto da 41 perle con chiusura di diamanti, il gioiello fu particolarmente caro a Hutton, cresciuta tra Parigi, Londra e Montecarlo e grande ammiratrice della sovrana, di cui possedeva persino alcuni mobili provenienti da Versailles.
Nel 1999 questa collana è stata venduta all’asta, raggiungendo allora il prezzo record per un singolo filo di perle: l’ennesima conferma di come i gioielli passati per le mani di Barbara Hutton continuino a esercitare un fascino fuori dal tempo, nonostante la loro proprietaria sia morta da “povera bambina ricca”, lontanissima dagli sfarzi che avevano segnato la sua giovinezza.







