Un minuscolo roditore delle Ande ha spostato più in alto il limite della vita dei mammiferi. Si tratta di Phyllotis vaccarum, un topo che abita tra Argentina e Cile e che, secondo uno studio pubblicato su Science, è in grado di vivere stabilmente a quote dove l’aria contiene meno della metà dell’ossigeno presente al livello del mare e il gelo è costante.
Il mammifero che ha superato ogni quota conosciuta
Per molto tempo si è ritenuto che oltre i 5.500 metri di altitudine nessun mammifero potesse condurre una vita stabile: è anche il livello dei più alti insediamenti umani permanenti noti. A quelle altezze la pressione parziale dell’ossigeno è circa la metà rispetto al mare, e i mammiferi, per ossigenarsi, devono respirare più rapidamente, eliminando però troppa anidride carbonica e rischiando l’alcalosi.
Fino al 2020 il primato di “mammifero più alto del mondo” era attribuito al pica dalle orecchie grandi, che abita le montagne del Tibet. Le spedizioni effettuate tra il 2020 e il 2023 sulle Ande hanno però cambiato il quadro: i ricercatori hanno trovato esemplari vivi di Phyllotis vaccarum a 6.739 metri di quota, sulla cima del vulcano Llullaillaco, al confine tra Argentina e Cile.
In passato il roditore era già stato rinvenuto a quote simili, ma soltanto sotto forma di carcasse, lasciando aperta l’ipotesi che potesse essere stato trasportato in alto da predatori o da altri eventi. L’osservazione di animali vivi, invece, indica che la specie non solo raggiunge quelle altitudini, ma vi sopravvive e si riproduce in un ambiente dove la temperatura resta sotto lo zero e l’ossigeno disponibile è circa il 44% di quello che respiriamo al livello del mare.
Muscoli, grasso e dieta: i tre adattamenti chiave
Per capire come questo topo riesca a spingersi dal livello del mare fino a quasi 7.000 metri, gli scienziati hanno analizzato geneticamente 167 esemplari. Dallo studio emergono tre elementi fondamentali.
Il primo riguarda i muscoli: le fibre muscolari di Phyllotis vaccarum sono particolarmente ricche di mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule. Gli autori paragonano questa caratteristica a quella degli atleti di sport di resistenza, come i maratoneti. Questa abbondanza di mitocondri permette di produrre grandi quantità di energia, necessarie per sostenere un ritmo respiratorio elevato in condizioni di scarsità di ossigeno.
Il secondo aspetto è legato al grasso corporeo, ma per comprenderlo bisogna affrontare un’altra domanda cruciale: come fa il topo a nutrirsi in un ambiente quasi privo di risorse?
Qui entra in gioco il terzo “segreto” della specie: una dieta estremamente flessibile. Phyllotis vaccarum è in grado di alimentarsi con ciò che trova in quota, dai licheni ad alcune piante tossiche, che l’animale riesce a rendere innocue durante la digestione, fino a semi e piccoli insetti trasportati dal vento sulle cime andine.
Questo insieme di adattamenti – muscolari, metabolici e alimentari – fa del cosiddetto “topo più alto del mondo” un caso estremo di evoluzione alla vita in alta montagna, in condizioni che fino a pochi anni fa erano considerate proibitive per qualunque mammifero.







