Flavia e Cristina, i racconti di violenza ostetrica – «Parti terribili che ci hanno segnato

Cristina è in travaglio da ore quando chiede un’ulteriore dose di epidurale: l’effetto dell’anestesia somministrata in mattinata è ormai svanito. L’infermiera riferisce però alla ginecologa che la paziente non ha chiesto nulla e, davanti alla sua insistenza, le viene ripetuto: «È venuta qui per partorire o per dormire?». È l’inizio di un parto vissuto come traumatico, che lei oggi riconduce a quella che viene definita violenza ostetrica.

I parti di Cristina e Flavia

Cristina, nome di fantasia, è in ospedale per la nascita della sua prima figlia. In mattinata la ginecologa le rompe manualmente il sacco amniotico senza avvisarla – lei inizialmente pensa a un possibile errore – e poi comincia l’attesa, tra personale che entra ed esce senza spiegazioni su come stia procedendo il travaglio.

A fine giornata, dopo il cambio turno, arriva una nuova dottoressa che, entrando in stanza, urla: «Perché questa non ha ancora partorito?». Cristina viene spostata più volte, le viene chiesto di appendersi a delle corde, viene sollecitata la collaborazione del marito, che è disabile e non riesce a sostenerla in tutto. Le frasi che si sente ripetere sono: «Non sai spingere».

Alla fine, racconta, le viene praticata la manovra di Kristeller, tecnica sconsigliata dall’Organizzazione mondiale della sanità perché prevede una forte pressione sul fondo dell’utero per favorire la discesa del bambino, con possibili rischi per madre e neonato. «Io e mio marito le chiedevamo di smettere, non ho mai provato un dolore del genere», dice.

La figlia nasce con l’ausilio della ventosa e dopo una episiotomia, procedura che gli ospedali dovrebbero mantenere sotto l’8% dei parti. In cartella clinica però risulta solo l’uso della ventosa. Quando le appoggiano la bambina sul petto, Cristina riesce a dirle soltanto: «Mi dispiace». «Continuavo a scusarmi con lei perché non ero stata capace di partorirla in modo decente. A ogni compleanno di mia figlia una parte di me ricorderà che questo giorno poteva andare diversamente», confida.

Flavia, che ha partorito più di due anni fa e chiede anche lei l’anonimato, ha un vissuto simile. Il suo travaglio dura un’intera giornata e il problema, le viene detto, è che la bambina non scende. Anche a lei ripetono: «Non sai spingere». Nel caos della sala parto qualcuno osserva che la piccola è in una posizione sfavorevole, con il mento troppo alto, ma «nessuno ha ventilato la possibilità di fare un cesareo d’urgenza», sottolinea Carlo, il padre.

In stanza ci sono almeno otto operatori, oltre a lei e al compagno, che cercano di aiutarla a spingere perché la bambina sta entrando in sofferenza. «Il mio compagno era dietro di me, insieme ad altri due infermieri, e mi spingevano da dietro, mentre l’ostetrica mi spingeva dalle gambe: era come se fossi un brufolo e mi stessero spremendo», racconta Flavia. Il compagno aggiunge che da allora lei ha un dolore al collo che rende difficile anche l’allattamento e che ogni volta che la vede toccarsi quella zona pensa alla pressione che le era stato chiesto di esercitare. «Quando parliamo di avere un secondo figlio, il pensiero di come è andata quella volta un po’ rimane», ammette.

Alla fine interviene la ginecologa, che pratica l’episiotomia e applica la ventosa. «L’ostetrica non era d’accordo, voleva continuare con le altre manovre, quando tutto è finito ha detto: “Io questa non la ricucio”», riferisce Flavia. Dopo il parto, al consultorio, le confermano che è stato «un brutto parto»: il suo corpo è coperto di lividi. Oltre ai segni fisici, resta un forte imbarazzo. Durante le contrazioni, per esorcizzare il dolore, faceva battute senza senso – «Perché non potevamo fare le uova» – finché l’ostetrica la minaccia di andarsene «finché non la smettevo di fare la stupida».

Che cos’è la violenza ostetrica e come viene riconosciuta

Quello che hanno vissuto Cristina e Flavia per molto tempo non ha avuto un nome. Oggi si parla di violenza ostetrica, ma anche di violenza perinatale o di abuso nell’assistenza sanitaria, per non attribuire automaticamente la responsabilità a una singola professione. La definizione deriva da linee guida dell’Oms, da una risoluzione del Consiglio d’Europa e da vari studi; in Portogallo è stata persino approvata una legge specifica per contrastarla.

Secondo la ginecologa forense Chiara Riviello, rientrano in questa categoria tutti i trattamenti abusivi o irrispettosi nei confronti della donna in gravidanza, durante il parto e nel post-partum, così come le procedure invasive eseguite senza consenso informato. Ma anche «la modalità con cui la donna viene trattata nel corso del travaglio: accuse verbali del tipo “Non sai spingere”, “Non sai fare”».

In ambito penale non esiste un reato unico: si fa riferimento di volta in volta a diverse fattispecie, come per esempio le lesioni personali. Il mancato consenso informato può configurare un danno che la paziente deve dimostrare e che, se riconosciuto, può portare a un risarcimento.

Nel caso della manovra di Kristeller, spiega Riviello, le statistiche sono inaffidabili perché spesso non viene annotata in cartella clinica. La dimostrazione del nesso tra condotta e danno non è semplice: è più lineare se, per esempio, la manovra provoca la rottura dello sterno; molto meno quando le conseguenze sono più sottili. Per questo, oltre alla via giudiziaria, la specialista indica come percorso possibile le segnalazioni all’ospedale, all’URP e, nei casi più gravi, all’Ordine dei Medici. «Ho visto persone schernite in maniera molto offensiva, cosa già grave tra due individui, a maggior ragione in un frangente in cui il paziente è la parte debole che va tutelata», osserva, aggiungendo che questo aspetto viene talvolta sottovalutato dallo stesso personale sanitario.

Cristina, dopo averne parlato a lungo con la sua psicoterapeuta, ha scelto per ora di non sporgere denuncia: con una neonata da accudire, dice di non avere le energie per affrontare un percorso così impegnativo.

Dati, formazione e il ruolo della comunicazione

Le esperienze di Flavia e Cristina non sono isolate. Secondo uno studio in corso coordinato dalla professoressa Lucia Ponti dell’Università di Urbino, citato da Save the Children, quasi il 75% delle donne di un campione di 1.300 persone riferisce episodi simili. Una precedente indagine Doxa per l’Osservatorio contro la Violenza Ostetrica, relativa al periodo 2003-2017, stimava in 1 milione le donne coinvolte. Dati ancora oggi richiamati in attesa di nuove ricerche, nella consapevolezza che il fenomeno è in gran parte sommerso: anche Flavia e Cristina, infatti, non hanno intrapreso azioni legali.

Per la dottoressa Riviello, oltre all’errore individuale, va considerato che «gli operatori sanitari non sempre hanno tutti gli strumenti, anche personali, per creare la situazione migliore». In un contesto ideale, aggiunge, si potrebbero formare adeguatamente gli operatori sia sulla gestione delle emergenze sia sulla gestione della rabbia. Ma le risorse sottratte al Servizio sanitario nazionale, sottolinea, incidono anche sulla formazione a tutti i livelli.

Anche l’ostetrica Alessandra Bellasio, fondatrice della piattaforma Best Birth che raccoglie e organizza le valutazioni delle utenti sui punti nascita italiani, parla di un’«emergenza a livello di turnistica» e di operatori in burn out, pur non ritenendola l’unica causa. A suo avviso entra in gioco in alcuni casi anche uno squilibrio di potere: chi ha una forte autorità decisionale, specie in un momento di grande vulnerabilità per la donna, può perdere di vista che dall’altra parte c’è una persona che ha diritto a essere ascoltata e coinvolta. «Nella mia esperienza l’ho visto soprattutto tra ginecologhe e ginecologi, perché il loro ruolo li pone nella posizione di prendere le decisioni finali», osserva, con il rischio di considerare accettabili parole o comportamenti che in altri contesti non lo sarebbero.

Un’altra ostetrica, che preferisce restare anonima, insiste sull’importanza della comunicazione da entrambe le parti. «Spesso tre parole dette in più nel modo giusto possono riuscire a far contenere un attimo il dolore, a riportare a terra una persona che ha perso la lucidità», spiega, rilevando come nella fase iniziale del travaglio si stia perdendo la possibilità di dare le spiegazioni e il conforto adeguati. La gravidanza, aggiunge, «crea ansia» e poche donne oggi la vivono come un evento puramente fisiologico; per questo le informazioni fornite durante e prima della gestazione sono fondamentali, così che al momento del travaglio le donne conoscano le diverse opzioni disponibili.

Bellasio cita, tra gli esempi, il cesareo d’urgenza: la donna viene portata in sala operatoria in pochi minuti, mentre il partner resta fuori spesso senza capire cosa stia accadendo. Se già nei corsi preparto venisse spiegata questa eventualità e le modalità con cui viene gestita, sarebbe, secondo lei, un passo avanti. Lo stesso vale per le posizioni del parto: le donne vengono frequentemente messe in posizione ginecologica, la più comoda per l’operatore ma non necessariamente la migliore per loro. È, osserva, una delle posizioni in cui si ricorre più spesso all’episiotomia.

Sia Flavia che Cristina avevano seguito i corsi preparto, ma la prima racconta che alcuni «ti preparano solo alla migliore delle ipotesi». Il compagno ricorda che negli incontri aperti ai padri «abbiamo fatto dei giochi e ci hanno spiegato dove lasciare la macchina nel parcheggio dell’ospedale».

Resta dunque un duplice nodo di risorse – per garantire condizioni di lavoro adeguate agli operatori e una comunicazione chiara alle future madri – e di sistema. Per Riviello, però, qualcosa si sta muovendo: «Già il fatto che si dia il nome a questi eventi e che se ne parli rientra in un processo positivo di cambiamento».

Cristina oggi guarda la figlia e pensa: «Mi sembra una bambola, mi dico proprio “Che meraviglia”». Ma insieme alla gioia restano «tanta impotenza, dolore e solitudine». Per questo ritiene importante che le madri ne parlino tra loro e che anche i padri si sentano parte del racconto. Il suo impegno è «uscire, andare nei consultori, creare una rete. Perché a qualcosa questo sia servito».

Ti piace questo articolo? Condividilo!
Giulia Moretti
Giulia Moretti

Giulia Moretti si occupa di spettacolo, celebrità e lifestyle. Racconta le storie dei personaggi più seguiti e realizza contenuti dedicati alla casa, all'organizzazione e ai consigli pratici per la vita quotidiana.

Articoli: 249

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *