A 25 anni Damiano Gavino si sente in un punto di svolta: un’età adulta in cui, dice, non smette mai di imparare ma percepisce anche il rischio di perdersi. A Benevento, dove è ospite del BCT – Festival della Televisione e del Cinema, l’attore di Un professore e Nuovo Olimpo si racconta tra lavoro, solitudine, amore, tradimento e il timore per il “lato oscuro” della notorietà, evocando persino Star Wars.
Crescita, lavoro e il rapporto con la fama
Gavino descrive questo momento della sua vita come una fase di grande apprendimento: sente di poter fare scelte che lo fanno crescere molto, ma è consapevole che sia anche un periodo «un po’ rischioso», in cui si iniziano a notare aspetti della realtà che prima sfuggivano per pura inconsapevolezza.
L’insegnamento più importante che dice di aver maturato è la capacità di «mettersi nei panni delle persone» che ha davanti. Contesta l’idea che per capire chi si è si debba stare solo con se stessi: per lui il confronto con gli altri è essenziale, e coincide con la natura stessa del suo mestiere, fatto di incontri con persone molto diverse, ricerca di punti di contatto e trasposizione di tutto questo sul set e sul palco.
La solitudine, ammette, all’inizio può sembrare confortevole, ma la considera «pericolosissima», perché la mente non si ferma mai e può spingersi in luoghi in cui non si vorrebbe andare. Ripensando all’inizio della carriera, racconta di un ingresso nel lavoro «molto cotto e mangiato»: in dodici giorni la sua vita è stata completamente rivoluzionata, in positivo, e oggi, riguardando Un professore e Nuovo Olimpo, è convinto che li affronterebbe in modo totalmente diverso, come quando si rilegge una vecchia lettera d’amore e quasi non ci si riconosce.
Sul successo sottolinea che non lo cercava, e che finora la fama gli ha «solo dato», intesa come esposizione pubblica. Avverte però che ha il potere di rendere insicuri: quando si riceve tanto, si finisce per aspettarsi sempre di più. Percepisce anche una parte oscura della notorietà, «un po’ come in Star Wars», che spera di non dover mai conoscere.
Riguardo alla frase, pronunciata l’anno scorso, sulla “fine di un’era” e sulla volontà di non interpretare più liceali, precisa che non si riferiva al personaggio di Manuel in Un professore, ma ai ruoli scolastici in generale: crescendo, lavorando con persone più grandi e vivendo realtà diverse, gli risulta sempre più difficile immedesimarsi in un ragazzo che vede la maturità come un muro invalicabile, e non come una porta che si apre. Sulla serie, conferma soltanto che Un professore «va avanti», ma dice di non sapere altro e aggiunge che, anche se sapesse, non potrebbe parlarne.
«Sono sopravvissuto a me stesso» e il modo in cui vive l’amore
Alla domanda su che cosa abbia “superato” nella vita, Gavino risponde che è «sopravvissuto a se stesso», forse al peggior nemico che potesse incontrare. Torna sul tema della solitudine come terreno in cui la mente può lavorare in modo distorto, fino a far diventare disfattisti anche nei momenti felici. Cita una frase di Harry Potter che lo colpisce: «La felicità può essere trovata anche nei momenti più bui, se solo ci si ricorda di accendere la luce». E precisa che, per fortuna, non ha mai dovuto affrontare situazioni davvero gravi che coinvolgessero le persone a lui più care.
Sull’amore, argomento che gli viene spesso proposto nelle interviste, lo definisce una sorta di esame per cui ci si prepara poco alla volta, e che permette di mettere a frutto ciò che si è imparato prima. Dice di aver capito che in una relazione «si è sempre in due»: non si può concentrare tutto su se stessi, ma bisogna confrontarsi, cercare il punto di vista dell’altro ed evitare lo scontro fine a se stesso.
Per lui l’amore aiuta a conoscersi meglio: incontrare l’altro significa anche esplorare parti di sé. Usa l’immagine della mela: da soli, forse, abbiamo solo metà frutto; se l’altra persona aggiunge «il succo, quello che c’è dentro», allora il quadro si completa.
Interpellato su una frase di Carla Signoris, secondo cui un tradimento si perdona «solo se ne vale la pena», spiega che, alla sua età e nella sua situazione, un tradimento per lui equivale alla fine di una storia: non ci sono figli né un matrimonio che possano orientare le decisioni. Considera il tradimento in parte comprensibile, ma comunque scorretto: se qualcuno sente il bisogno di tradirlo, preferisce che lo chiami e lo lasci. Aggiunge che, se accade, secondo lui non andrebbe confessato, perché rivelarlo significa scaricare sull’altro il peso di una responsabilità che è solo di chi ha tradito, un gesto che definisce egoista.
Matrimonio, figli, amicizie e paure
Sulle pressioni sociali legate a matrimonio e figli, Gavino racconta di essere figlio di una donna che lo ha avuto a 44 anni e, per questo, di non percepire alcun limite temporale: non ha fretta. Anzi, scherza sul fatto che aspetta con curiosità i matrimoni degli amici, soprattutto «per la festa».
Parlando proprio di amici, commenta con soddisfazione la scelta di Nicolas Maupas per aprire e chiudere la Mostra del cinema di Venezia: dice che se lo merita, si dice molto felice per lui e anche per il fatto che sarà affiancato da Greta Scarano, con cui Gavino ha lavorato in Nuovo Olimpo. Li definisce entrambi «grandi artisti» e gli augura, con un’espressione di rito, «tanta merda».
Quanto alle paure, spiega che quelle dell’infanzia forse si dimenticano, ma lasciano comunque un segno. Cita la paura del buio come qualcosa che sembra svanire e invece continua a influenzare il modo di essere. Oggi non saprebbe indicare una paura specifica, ma ammette che già il solo pensiero di iniziare ad avere paura può diventare un limite.







