A 24 anni Gianluca Donatiello guarda il suo corpo senza più paura. Viene da Sonnino, in provincia di Latina, e sulla pelle porta i segni di un dimagrimento di 72 chili: smagliature e un sottile eccesso cutaneo che non vuole cancellare. Per lui non sono un difetto, ma il simbolo concreto di una battaglia vinta, iniziata nell’isolamento e arrivata fino al palco del bodybuilding e a un lavoro stabile in banca.
Da adolescente nascondeva la pancia sotto la maglietta, oggi si toglie la t-shirt in spiaggia e nello spogliatoio senza imbarazzo. In un mondo di social popolati da corpi filtrati, Donatiello ha scelto di esporsi così com’è, trasformando il proprio percorso in un manifesto personale di accettazione.
Dai 152 chili al palco del bodybuilding
A 17 anni la bilancia segnava 152 chili. «Di quel periodo ho pochissime foto», racconta: le uniche scattate dai genitori, mentre lui rifuggiva ogni obiettivo «come un verdetto». Il peso condizionava tutto: scelte, passioni, ambizioni. Si sentiva intrappolato in un corpo che decideva al posto suo.
La svolta arriva con il lavoro costante in palestra. Intorno ai 21 anni scende a 98 chili, poi risale a 110 per una massa muscolare “sporca”, accumulata senza una guida adeguata. È una frase ascoltata in sala pesi a cambiare di nuovo le cose: un ragazzo lo guarda e gli chiede da quanto tempo si alleni, aggiungendo che «non sembra uno da bodybuilding». Una provocazione che per Gianluca diventa benzina.
Invece di arrendersi, si affida a un preparatore e stringe i denti. A 23 anni raggiunge i 79 chili e sale su un palco di gara. Quello, spiega, è il momento in cui il rapporto con la propria immagine si ribalta: l’obiettivo non è battere gli altri atleti, ma avere il coraggio di mostrarsi «nudo di fronte al mondo», senza più vergognarsi di ciò che resta del passato.
Proprio allora deve fare i conti con i tessuti in eccesso. All’inizio gli suggeriscono di coprirli, lui ci prova ma si sente a disagio. Poi decide che quel lembo di pelle è «l’unico segno visibile» del sacrificio, della sofferenza e della rinascita. Le smagliature, dice, non lo hanno mai turbato: «le hanno tutti». Quel filo di pelle in più, invece, è la sua «cicatrice di guerra», di cui va orgoglioso.
Palestra, dieta e una nuova normalità
Alle spalle non c’è una formula rapida, ma anni di fatica e di disagio psicologico. Gianluca racconta di non essersi mai piaciuto, di essersi visto sempre male, pur riconoscendosi fortunato per non aver sviluppato malattie fisiche. Il dolore, però, era «un cancro silenzioso».
L’ingresso in palestra non è semplice: si sente «l’ultimo della fila», inadeguato. Molti ricordi di quei mesi li ha rimossi, per proteggersi. A tenerlo in carreggiata è la disciplina e il supporto del preparatore, che lo sprona nei momenti di buio. Davanti allo specchio si ripete: «Se mi impegno, divento come loro». Quella rabbia competitiva, col tempo, lascia spazio a un’altra spinta: il desiderio di aiutare chi si trova nello stesso baratro.
Per lui la sala pesi non è vanità ma «spazio sacro»: due ore al giorno con il telefono in modalità “non disturbare”, un dialogo intimo con se stesso. Se risponde a un messaggio mentre si allena, scherza, significa che quella persona è davvero importante. Proprio perché è il luogo in cui ha ripreso in mano la sua vita, non vuole trasformare la palestra in un lavoro: deve restare un rifugio.
Accanto all’allenamento, la trasformazione passa per una rivoluzione alimentare. All’inizio controlla tutto in modo rigido, elimina i fritti in un contesto che, ricorda, era segnato da molta disinformazione. Oggi cerca l’equilibrio: rifiuta gli standard irraggiungibili e le privazioni estreme che circolano sui social, che a suo avviso logorano prima la mente del corpo. Si allena con intensità, ma si concede momenti di serenità senza sensi di colpa, criticando chi «impazzisce se sgarra di un grammo».
Fuori dalla palestra, la sua vita ha assunto i contorni di una quotidianità costruita passo dopo passo. Da ragazzo aveva scelto l’Istituto Tecnico Industriale solo perché vicino a casa, in un periodo in cui si sentiva escluso e si adattava al contesto pur di essere accettato. Accettava «situazioni tossiche» e frequentava «amici» che lo usavano, perdendo di vista passioni e valore personale.
Il corpo come monito e il lavoro in banca
Oggi quel ragazzo fragile non c’è più. Dal 4 maggio 2026 Gianluca lavora stabilmente in banca, dopo un’esperienza nell’area amministrativa di una catena di palestre. Corre all’aria aperta, ama la natura – in casa tiene anche un boa di quasi tre metri – ed è tornato a viaggiare. Si descrive come molto più aperto, felice di creare legami dopo anni in cui si era negato questa possibilità, e si definisce «profondamente empatico».
Resta centrale il rapporto con il proprio corpo, che non è più un nemico ma un promemoria costante «di non abbassare mai la testa». Ricorda quando sistemava in continuazione la maglietta per paura che si vedesse la pancia, le prese in giro alle medie, le umiliazioni «per puro divertimento» degli altri. In prima superiore, racconta, una ragazza lo invitò a un appuntamento solo per presentarsi con un altro ragazzo e ridere di lui.
Oggi è diverso: seleziona con attenzione le persone a cui dedicare tempo, non frequenterebbe più chi lo feriva. In spiaggia e negli spogliatoi si spoglia senza timore dei «rotolini» o degli inestetismi, che per lui non hanno più alcun peso. Ha capito, dice, che chi ha vissuto la stessa sofferenza «non ti giudicherà mai».
Donatiello sente di aver pagato il prezzo del dolore per non stare più male. E ha scelto di convivere con quel prezzo con serenità, esibendo smagliature e pelle in eccesso come il segno visibile della sua guerra vinta.







